Casella fa parte di quel numeroso gruppo di protagonisti della Divina Commedia, di cui nessuno avrebbe mai saputo nulla se non fosse stato immortalato da Dante nella sua mirabile opera.

Senza voler mancare di rispetto all'amico cantante di Dante, sicuramente se ne sarebbero perse le tracce se Dante non l'avesse ricordato nel II canto del Purgatorio. Casella fa parte di quel gruppo di anime, che dopo essere transitato sulle rive del fiume Tevere, viene traghettato dall'angelo nocchiero sulla spiaggia dell'antipurgatorio. Dante lo rivede con grande affetto e tra i due si svolge la scena dove Casella cerca di abbracciare il poeta, il quale istintivamente risponde con lo stesso gesto, invano. L'inconsistenza dei corpi fittizi che popolano l'oltremondo, non permette tali effusioni. Dall'abbraccio l'amico passa quindi al sorriso, alle miti parole, fino al canto che sublima l'episodio.

Il canto in realtà è una canzone creata da Dante. Casella non è un cantautore, o comunque non è l'autore del testo della canzone in questione, questo però non s'intende dal racconto di Dante. La situazione può cos? riassumersi: c'è un noto musicista (Casella), ci sono ad ascoltarlo un autore di testi, che peraltro è anch'esso musicista (Dante) e un pubblico (le anime), tutti fissi e attenti alle sue note, sospesi nel puro godimento musicale. Un piacere nobile, quello della musica, ma pur sempre una diversione, un oblio che non può durare più di tanto. Infatti arriva Catone che "spezza" quell'incantesimo e richiama le anime al loro dovere. La canzone intonata da Casella doveva essere veramente eccellente poichè, se è naturale che Dante si lasci ammaliare da essa (ne è l'autore, e di conseguenza troverà in essa motivi amorosi e passionali), ed anche le anime ancora nostalgiche dei loro recenti trascorsi terreni e ne restano ammaliati , colpisce che anche Virgilio si lasci coinvolgere da questo clima "festaiolo". Virgilio non può trascurare neanche per un istante il suo dovere ed il suo compito. E' così alto e sublime la sua missione che non gli è concesso nemmeno un attimo di distrazione, ed invece ecco che anche lui, come uno spettatore qualunque ascolta la dolce melodia che Casella intona: "Amor che nella mente mi ragiona/ cominciò elli allor sì dolcemente/ che la dolcezza ancor dentro mi sona". La domanda ora nasce spontanea: La canzone intonata da Casella continua o finisce solo con la nota introduzione "Amor che nella mente mi ragiona".Possibile mai che solo quelle poche parole fossero state sufficienti a creare quel clima "di oblio e di struggente nostalgia ?". Quando interviene Catone, non sappiamo a che punto è Casella nell'esecuzione della canzone. Tutto lascia pensare che Casella abbia avuto il tempo necessario per completare la sua prova canora e creare quel clima di dolcezza che invade tutte le anime, compresa quella di Virgilio. Cosa mai dicevano quelle parole?, come si concludeva quella struggente melodia ?, E' soprattutto a chi era dedicata questa canzone? Possiamo risalire all'opera in modo molto semplice. Poichè sappiamo che l'autore è lui, il grande Poeta fiorentino, che oltre a scrivere la Divina Commedia, ha scritto tante altre belle cose, tra cui questa "Amor che nella mente mi ragiona".La canzone "Amor che nella mente mi ragiona" fa parte del III libro del Convivio.  Dante racconta  che al tempo della sua stesura aveva tanto debilitato "gli spiriti visivi" a forza di leggere e di studiare, che dovette riposare la vista rimanendo al buio un lungo tempo, e "affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara". Non ci stupisce, quindi, che proprio con quella canzone, ripescata dagli anni giovanili, venisse proposta ad attestare l'amore per la "donna" filosofia. Ecco quindi scoperto l'arcano, il mistero. La donna a cui Dante dedica la poesia è la filosofia, vista come creatura femminea che attrae, conquista e rapisce l'uomo. Chi poteva mai scrivere la Divina Commedia se non uno come Dante che dedica una canzone d'amore alla filosofia? Grande Dante Alighieri!. Quello che segue è il testo della canzone, tratto dal III libro del Convivio:

Amor, che ne la mente mi ragiona

De la mia donna disiosamente,

move cose di lei meco sovente,

che lo 'ntelletto sovr'esse disvia.

Lo suo parlar sì dolcemente sona,

che l'anima, ch'ascolta e che lo sente,

dice:"Oh me lassa! Ch'io non son possente

di dir quel ch'odo de la donna mia!"

E certo è mi convien lasciare in pria,

s'io vò trattar di quel ch'odo di lei,

ciò che lo mio intelletto non comprende;

e di quel che s'intende

gran parte, perchè dirlo non savrei.

Però se le mie rime avran difetto

Ch'entreran ne la lode di costei,

di ciò si biasimi il debole intelletto

e 'l parlar nostro, che non ha valore

di ritrar tutto ciò che dice Amore.

Non vede il sol, che tutto 'l mondo gira,

cose tanto gentil, quanto in quell'ora

che luce ne la parte ove dimora

la donna, di cui dire Amore mi face.

Ogni intelletto di là su la mira,

e quella gente, che qui s'innamora,

nè lor pensieri la truovano ancora

quando Amor fa sentir de la sua pace.

Suo esser tanto a Quei che lel dà, piace,

che 'nfonde sempre in lei la sua vertute

oltre 'l dimando di nostra natura.

La sua anima pura,

che riceve da Lui questa salute,

lo manifesta in quel ch'ella conduce:

chè 'n sue bellezze son cose vedute

che li occhi di color dov'ella luce

ne mandan messi al cor pien di desiri,

che prendon àire e diventan sospiri.

In lei discende la virtù divina

Sì come face in angelo, che 'l vede;

e qual donna gentil questo non crede,

vada con lei e miri li atti sui.

Quivi dov'ella parla si di china

Uno spirito da ciel, che reca fede

Come l'alto valor ch'ella possiede

è oltre quel che si conviene a noi.

Li atti soavi, ch'ella mostra altrui,

vanno chiamando Amor ciascuno a prova

in quella voce che lo fa sentire.

Di costei si può dire:

gentile è in donna ciò che in lei si trova,

e bello è tanto quanto lei somiglia.

E puossi dir che 'l suo aspetto giova

A consentir ciò che par maraviglia;

onde la nostra fede è aiutata:

però fu tal da etterno ordinata.

Cose appariscon ne lo suo aspetto,

che mostran dè piacer di Paradiso;

dico ne li occhi e nel suo dolce riso,

che le reca Amor com'a suo loco.

Ella soverchian lo nostro intelletto

Come raggio di sole un frate viso:

e perch'io non le posso mirar fiso,

mi conven contentar di dirne poco.

Sua bieltà piove fiammelle di foco,

animate d'un spirito gentile

ch'è creatore d'ogni pensier bono;

e rompon come trono

li innati vizii, che fanno altrui vile.

Però qual donna sente sua bieltate

Biasimar per non parer queta e umile,

miri costei, ch'è essemplo d'umiltate!

Questa è colei ch'umilia ogni perverso:

costei pensò Chi mosse l'universo.

Canzone. è par che tu parli contraro

Al dir d'una sorella che tu hai;

che questa donna che tanto umil fai,

ella la chiama fera e disdegnosa.

Tu sai che 'l ciel sempr'è lucente e chiaro,

e quanto in sè non si turba già mai

ma li nostri occhi, per cagione assai,

chiaman stella talora tenebrosa.

Così , quand'ella la chiama orgogliosa,

non considera lei secondo il vero,

ma pur secondo quel ch'a lei parea:

chè l'anima temea,

e teme ancora, sì che mi par fero

quantunqu'io veggio là v'ella mi senta.

Così ti scusa, se ti fa mestero;

e quando poi a lei ti rappresenta,

dirai:"Madonna, s'ello v'è grato,

io parlerò di voi in ciascun lato".