Dante era un profondo conoscitore dei filosofi greci. La dottrina di Platone e quella di Aristotele non avevano segreti per il sommo poeta.

 

 

I riferimenti filosofici che Dante introduce nella divina commedia presuppongono una conoscenza di quelli che sono le teorie dei due grandi filosofi greci. Le nozioni che seguono, lungi dall’avere la presunzione di essere esaustivi sull’argomento dell”anima”secondo la visone platonica ed aristotelica di essa, sono semplicemente appunti scolastici che vogliono rendere più comprensibili e chiari i versi del IV canto dove Dante introduce il concetto di “anima” . Pertanto quello che segue è semplicemente l’abc delle complesse e sofisticate teorie di Platone ed Aristotele sull’anima, necessari per una buona comprensione dei versi che dante dedica all’argomento.

1Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtù nostra comprenda,

l’anima bene ad essa si raccoglie,

 

4par ch’a nulla potenza più intenda;

e questo è contra quello error che crede

ch’un anima sovr’altra in noi s’accenda.

 

7E’ però, quando s’oda cosa o vede

Che tegna forte a sé l’anima volta,

vassene il tempo e l’uom non se n’avvede;

 

10ch’altra potenza è quella che l’ascolta,

e altra è quella c’ha l’anima intera:

questa è quasi legata e quella è sciolta.

 

A partire dalla teoria socratica, secondo la quale l’uomo o non è nulla o se è qualcosa, non è altro che anima, Platone nella Repubblica, ha elaborato una tripartizione dell’anima, sulla quale ha fondato le differenze essenziali che si riscontrano presso gli uomini e le classi sociali. Dopo aver notato che l’uomo è spinto verso gli oggetti da una tendenza che è il desiderio, Platone chiama la parte che genera questo movimento appetitivi, la parte che trattiene l’uomo dagli stessi oggetti, e che quindi domina il desiderio, è invece identificata con la ragione. La terza parte dell’anima è quella per cui ci si adira ed è definita irascibile. L’uomo per essere giusto, deve badare che ognuna delle tre facoltà psichiche faccia il suo dovere. E, poiché in questo è fondamentale l’intervento dell’anima razionale, migliore è l’uomo che da essa si fa guidare, dominando le altre due facoltà.

Il principio unificatore dell’anima, deve dunque derivare dalla supremazia della ragione. Solo in virtù di questo l’uomo realizza veramente se stesso, anche come ascolto e apertura agli altri.

Tuttavia, se l’uomo, considerato in assoluto, è la sua anima tripartita in elementi in perfetto equilibrio tra loro, il medesimo discorso non vale più sul piano pratico: Socrate, platone, ciascuno di noi non ha mai a che fare con il modello assoluto di uomo, bensì con la sua concretizzazione nel quotidiano, in cui facilmente viene meno l’equilibrio; a seconda dei casi, infatti, prevale un elemento psichico sugli altri. Qui si fonda la differenza tra individui.

La tensione dell’apprendimento, che scaturisce dal domino della ragione sugli altri due elementi, è caratteristica di un uomo teso interamente alla conoscenza della verità, disinteressato alla gioia e alla ricchezza; è questo l’uomo filosofo. Il perseguimento di ciò che può portare onore è, invece, caratteristico dell’uomo irascibile, che tende a dominare, vincere e conseguire fama. Colui che, infine, tende ad accumulare ricchezza per poter soddisfare gli appetiti più diversi, traendo piacere solo dal guadagno, è un amico del lucro e si fa guidare dalla parte appetitiva dell’anima.

Il tipo filosofico è presentato da Platone come superiore agli altri due, perché solo l’uomo che ama il sapere è veramente in grado di godere delle ricchezze (che potrebbe acquisire) e dell’onore( che dovrebbe seguire al suo comportamento). Inoltre, il piacere nell’assecondare i propri desideri conoscitivi è di gran lunga superiore agli altri due tipi di piacere, in tanto in quanto si rivolge a ciò che è eterno e immutabile, ovvero alla verità.

I capi di stato che reggono le pòlies ma che non hanno per obiettivo centrale il bene della città stessa, sono considerati da Platone dei reggitori di costituzioni degenerate, e vengono identificati nei seguenti quattro tipi umani: il timocratico, l’oligarchico,il democratico e il tiranno.

L’uomo timocratico p colui che sostituisce alla virtù, ritenuta il valore supremo nella pòlis ideale, l’onore; il lui prende cioè sopravvento la parte irascibile dell’anima.

L’oligarchico sostituisce virtù e onore con la ricchezza, un bene puramente esteriore; questo avviene quanto l’anima dell’uomo è dominata dalla parte concupiscibile, ovvero da quella inferiore.

Democratico,o meglio demagogo è ciascun membro del popolo, che presa coscienza della debolezza e del rammollimento morale e fisico dei detentori del potere, si ribella e contribuisce a instaurare un nuovo governo, in cui viene proclamata l’uguaglianza dei cittadini e le magistrature vengono assegnate mediante estrazione a sorte.

Se tra idemocratici-demagoghi nasce un uomo che spicca per particolari capacità nel sottrarre ricchezz e ai ricchi e nell’appropriarsene, e se diviene capo del popolo, nel timore di attirare su di sé la vendetta degli avversari, si trasforma in tiranno.

Per Aristotele l’anima è una sostanza che informa e vivifica un determinato corpo. Essa è definita come “l’atto (entelechia) primo di un corpo, che ha la vita in potenza, risulti vita in atto. In altri termini, l’anima sta al corpo come l’atto della visione sta all’organo visivo: è la realizzazione finale della capacità che è propria di un corpo organico.

Questa concezione dell’anima come forma del corpo implica, da parte di Aristotele, il rifiuto di due principali modelli con cui i precedenti filosofi avevano tentato di spiegare l’anima, ossia quello naturalistico-materialistico portato a vedere nell’anima una sorta di materia “sottile” e quello orfico-pitagorico che concepiva l’anima come una sostanza a sé stante. Infatti, se contro i materialisti lo Stagirita fa valere l’idea dell’anima come principio o struttura formale, contro gli orfico-pitagorici sottolinea la connessione anima-corpo. Detto altrimenti, pur non riducendosi a corpo, l’anima, secondo Aristotele, opera soltanto con il corpo.

Aristotele distingue tre funzioni fondamentali dell’anima: a) la funzione vegetativa che è la potenza nutritiva e riproduttiva ed è propria di tutti gli esseri viventi a cominciare dalle piante b) la funzione sensitiva che comprende la sensibilità e il movimento che è propria degli animali e dell’uomo, c) la funzione intellettiva che è propria dell’uomo. Le funzioni più elevate possono far le veci delle funzioni inferiori, ma non viceversa, così nell’uomo l’anima intellettiva compie anche le funzioni che negli animali sono compiute dall’anima sensitiva e nelle piante da quella vegetativa.

Vediamo un passo del libro del De anima di Aristotele:

…ogni corpo naturale che partecipa della vita sarà sostanza e precisamente sostanza nel senso di sostanza composta. E poiché si tratta di un corpo con una determinata qualità e cioè partecipe della vita, il corpo non sarà l’anima perché il corpo non rientra negli attributi di un soggetto, ma è piuttosto sostrato e cioè materia. E’ dunque necessario che l’anima sia sostanza, in quanto forma del corpo naturale che ha la vita in potenza. Tale sostanza è entelechia: dunque l’anima è entelechia di un corpo di siffata natura.

L’entelechia si intende in due modi, come scienza e come esercizio della scienza. E’ chiaro che l’anima lo è al modo della scienza perché sonno e veglia implicano la presenza dell’anima, e la veglia corrisponde all’esercizio della scienza, il sonno al possesso della scienza senza il suo attuale esercizio…se perciò si deve proporre una definizione comune a ogni specie di anima, sarà l’entelechia prima di un corpo naturale munito di organi. Per questo non s’ha da cercare, se l’anima e il corpo sono uno, come non lo si fa per la cera e l’impronta, e, in una parola, per la materia di ciascuna cosa e ciò di cui è materia: l’uno e l’essere, infatti, si dicono più significati, ma quello fondamentale è l’entelechia.