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Fetonte

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Nel IV canto del Purgatorio, Dante nella terzina che segue accenna  “la strada che mal non seppe carreggiar Fèton”.Sono versi oscuri e indecifrabili per chi non ha mai studiato Ovidio. Infatti la vicenda di Fetonte viene descritta nelle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone. Dante “pesca”

 

sì, ch’amedue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Fetòn,

 

molto dalle “metamorfosi”, ed infatti sono numerosi i riferimenti all’opera del grande scrittore latino. Vediamo  chi era e cosa ha mai combinato Fetonte. Quello che segue è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio.

 

Secondo una credenza, da lei, fecondata dal seme del grande Giove, nacque poi Epafo, il quale ha templi in tante città accanto alla madre. Pari per fierezza ed anni ad Epafo, era Fetonte, figlio del Sole. E un giorno che questi, superbo per avere un simile padre, si vantò di essere superiore a lui, Epafo, il nipote di Inaco, non lo tollerò e rispose:”Sciocco, tu credi a tutto quello che ti dice tua madre, e vai tronfio di un padre immaginario”. Arrossì Fetonte, e pieno di vergogna represse lo sdegnò e andò a riferire alla madre, Climene, quella calunnia. E le disse:”Cosa che ti addolorerà ancor di più, madre mia, io che sono così franco, così orgoglioso, ho dovuto tacere. Non sopporto l’idea che qualcuno abbia potuto insultarmi a questo modo senza che potessi ribattere! E perciò tu, se è vero che sono di stirpe celeste, dammi la prova di così illustri natali e mostrami che il mio posto è il cielo!”. Così disse, ed avvinse con le braccia il collo della madre e lo scongiurò, per il ben suo, e per quello di Merope, e per quello delle proprie sorelle ancora da maritare, di dargli un segno del vero padre.

Climene, non si sa se spinta più dalle preghiere del figlio o dall’ira per essere stata messa sotto accusa, levò al cielo tutte e due le braccia e guardando dritto verso il Sole esclamò:”Per questo fulgore splendido di raggi balenanti, che ci vede e ci ode, io ti giuro, o figlio, che tu sei nato da questo Sole che ti sta di fronte, da questo Sole che regola la vita sulla terra. Se quel che dico è menzogna, mai più egli mi consenta di guardarlo e sia questo per i miei occhi l’ultimo giorno. Del resto, non ti ci vorrà molto a trovare la casa di tuo padre. Il luogo dove dimora, e da dove sorge è vicino alla nostra regione. Se così ti aggrada, vai, e informati da lui direttamente”.

Balza su lieto Fetonte, dopo queste parole della madre, tutto preso dall’idea del cielo. Lascia la sua Etiopia, traversa l’India che si stende sotto le vampe solari, e prestamente arriva dove sorge suo padre.

La reggia del Sole si levava alta con le sue immense colonne, tutta scintillante d’oro e di rame dai bagliori di fiamma. Lucido avorio rivestiva il frontone. La porta a due battenti mandava sprazzi d’argento.

L’arte superava la materia. Su quella porta infatti Vulcano aveva cesellato le distese marine che ricingono la terraferma, e l’orbe terrestre e il cielo che lo sovrasta.

L’acqua ha dèi azzurri: Tritone che suona, il mutevole Proteo, Egemone che con le sue tante braccia preme enormi dorsi di balene, e Deride con le sue figlie, di cui alcune si vedono nuotare, atre star sedute sui scogli ad asciugarsi i verdi capelli, qualcuno navigare in groppa ad un pesce; non hanno tutte lo stesso viso, ma nemmeno diverso, come dev’essere trattandosi di sorelle. La terra porta uomini e città e boschi e animali e fiumi e ninfe con le altre divinità della campagna. Sopra è raffigurato il cielo che brilla di luci: sei costellazioni sul battente destro e altrettanto su quello sinistro.

Qui giunse per una via in salita il figlio di Climene, e appena entrò nella dimora del discusso genitore, subito si recò al suo cospetto, fermandosi però a distanza; più da vicino non ne sosteneva la vista. Il Sole sedeva, avvolto in un manto purpureo, su un trono scintillante di fulgidi smeraldi. A destra e a sinistra stavano il Giorno e il Mese e l’Anno, e o Secoli, e le Ore disposte ad uguale distanza l’una dall’altra; stava la Primavera incoronata di fiori, stava l’Estate, nuda, che portava ghirlande di spighe, e stava l’Autunno imbrattato di uva calpestata, e l’Inverno ghiaccio, con i bianchi capelli irrigiditi.

Con i suoi occhi con cui scorge ogni cosa, il Sole, seduto al centro, vide il giovane intimorito da tutte quelle novità, e gli disse:”Come mai sei venuto? Che cosa cerchi su questa rocca, Fetonte, rampolo mio che mai rinnegherei?” Rispose Fetonte:”O luce comune del mondo immenso, Febo padre, se mi concedi di usare questa parola e se Climene non dice il falso per nascondere una colpa, dammi una prova, o genitore, grazie alla quale ognuno sappia che sono davvero tuo figlio, e levami questo dubbio dal cuore!”.

Allora il genitore si tolse i raggi che gli sfolgoravano tutt’intorno al capo, lo invitò ad avvicinarsi e, abbracciatolo, disse:”Non c’è ragione che io neghi che sei mio, e Clìmene ti ha detto il vero sulla tua nascita. E per levarti ogni dubbio, chiedi quello che vuoi, e l’otterrai: io te lo concederò. Tu, palude su cui giurano gli dei, sconosciuta a i nostri occhi, sii testimone di questa promessa!”.

Aveva appena finito, che quello gli chiese il cocchio e il permesso di guidare per un giorno i cavalli dai piedi alati.

{mosgoogle}Si pentì il padre di avere giurato, e scuotendo tre o quattro volte il capo luminoso, esclamò:”Parole folli ti ho detto, se ora questo mi dici! Oh, si potesse non dare quel che si è giurato!Credimi, figlio, questa è l’unica cosa che vorrei rifiutarti. Dissuadere però è permesso. Pericoloso è quello che vuoi. Grande cosa chiedi, Fetonte, una cosa che non si confà né a queste tue forze né a questa tua età così tenera. Vuole il destino che tu sia un mortale: non è da mortale ciò che desideri! Tu non sai, ma nemmeno un dio potrebbe ottenere quello a cui aspiri tu; che ognuno abbia le pretese che vuole, ma è certo che nessuno all’infuori di me sa stare sul cocchio fiammeggiante. Neppure il signore del vasto Olimpo, che scaglia furiosi fulmini con la terribile mano, saprebbe guidare questo cocchio. E che cosa abbiamo più grande di Giove? Ripida è all’inizio la via, tanto che a fatica vi s’inerpicano i cavalli, pur freschi al mattino; a metà è altissima nel cielo, e molte volte io stesso provo timore a guardare di lassù il mare e la terra, e il petto mi trepida di paura e di sgomento; l’ultimo tratto è una china a strapiombo, che richiede mano ferma: allora Teti, che mi accoglie al termine delle sue onde, teme sempre che io debba precipitare. Aggiungi che senza sosta il cielo gira vorticosamente trascinando le alte stelle e facendo turbinare. Io avanzo contro il turbine, senza lasciarmi travolgere da quella spinta a cui null’altro resiste, e corro in senso contrario al suo rapido giro. Immagina di avere il cocchio: che farai? Riuscirai ad avanzare contro il roteare dei poli senza che la velocità del cielo ti porti via? Forse pensi che lì ci siano boschi sacri e città dei dèi e templi ricchi di doni?

Si passa attraverso insidie e figure di bestie feroci, e per quanto tu segua la via giusta senza sbagliare, pure dovrai avventurarti tra le corna del Toro rivolto contro di te, e attraverso l’arco dell’arciere d’Emonia e le fauci del furioso Leone, e attraverso lo Scorpione che piega le chele crudeli con lungo giro e il Granchio che piega le sue chele da un’altra parte. E come farai a controllare i cavalli, focosi per quelle fiamme che hanno in petto e che soffiano fuori dalla bocca e dalle froge? A stento obbediscono a me, quando i loro animi indomiti si sono riscaldati, e il collo si ribella alle briglie. Stai dunque attento, figlio, perché non sia proprio io a farti un favore funesto, e finchè siamo in tempo cambia la tua richiesta! Per credere di essere sangue del mio sangue tu vuoi, è vero una prova sicura. La prova sicura è questo mio timore, il mio paterno sgomento dimostra che sono tuo padre. Guarda, guarda il mio volto, e potessi tu figgermi gli occhi nel petto e cogliere l’ansia paterna che ho dentro! Infine, guarda di quante cose è ricco il mondo intorno, e di tanti e così grandi beni del cielo e della terra e del mare, chiedi qualcosa: nulla ti rifiuterò! Questo solo ti scongiuro di non domandarmi, che veramente va chiamato una pena, non un onore: una pena Fetonte, mi chiedi come favore. Perché mi getti le braccia al collo per blandirmi, insensato? Non dubitare l’avrai(l’abbiamo giurato sulle onde dello Stige) qualunque cosa desideri, ma esprimi un desiderio più saggio”.

Lo aveva ammonito. Ma il giovane non vuol sentire discorso, e insiste nella sua idea e smania della voglia di guidare. E allora, dopo avere indugiato più possibile, il genitore lo conduce all’alto cocchio, dono di Vulcano.

D’oro era l’asse, d’oro era la stanga, d’oro il cerchio delle ruote, d’argento la serie di raggi. Lungo i gioghi, topazi e gemme poste in fila rimandavano al Sole sfavillanti bagliori.

E mentre l’audace Fetonte contemplava stupito queste cose e ne studiava i particolari, ecco dall’oriente lucente l’Aurora puntuale spalancò i battenti purpurei e l’atrio pieno di rose. Fuggono le stelle, e Lucifero, alla retroguardia, lascia per ultimo il campo del cielo.

Non appena vide Lucifero scendere verso la terra e il mondo tingersi di rosso  la falcia della luna sfocata quasi svanire, il Titano comandò alle Ore veloci di aggiogare i cavalli. Prontamente le dee eseguirono l’ordine, e dalle alte stalle condussero fuori i destrieri pasciuti di succo d’ambrosia, che sbuffavano fuoco, e misero loro i morsi tintinnanti. Allora il padre spalmò un sacro medicamento sul volto del figlio, perché tollerasse le vampe voraci, gli pose sulla chioma i raggi, e di nuovo emettendo sospiri d’ansia dal petto, presagendo sventura, disse:

“Se puoi seguire almeno questi consigli di tuo padre, evita, ragazzo mio, di spronare, e serviti piuttosto delle briglie. Già tendono a correre di suo: il difficile è frenare la loro foga. E cerca di non tagliare direttamente le cinque zone del cielo. C’è una pista che si snoda obliquamente, con una gran curvatura, e resta compresa entro tre zone senza toccare né il polo australe, né l’Orsa dalla parte d’Aquilone. Passa di lì; vedrai chiaramente le tracce delle ruote. E perché il cielo e la terra ricevevano pari e giusto calore, non spingere in basso il cocchio e non lo lanciare troppo in alto nel cielo. Spostandoti troppo verso l’alto, bruceresti le dimore celesti: verso il basso, la terra. A mezza altezza andrai sicurissimo. E bada che le ruote non pieghino troppo a destra, verso il Serpente contorto, o non ti conducano troppo a sinistra, giù verso l’Altare. Tienti fra l’uno e l’altro. Per il resto mi affido alla Fortuna, che ti aiuti e pensi a te, spero, meglio di quanto sappia fare tu stesso. Mentre parlo, la Notte umida ha toccato la meta segnata sulle coste di ponente. Non ci è permesso di indugiare; tocca a noi: l’Aurora, scacciate le tenebre, risplende. Afferra le briglie, ma, se puoi cambiare parere, serviti dei miei consigli e non del mio cocchio, finchè sei in tempo e ancora qui su terreno solido e non ancora calchi, inesperto, questo carro che purtroppo hai scelto. Lascia dare a me la luce alla terra, mentre tu guardi al sicuro!”

Balza Fetonte col suo giovane corpo sul cocchio volante, tutto impettito, felice di stringere in mano le briglie, e di lassù ringrazia l’afflitto genitore. Frattanto, Piroente ed Eòo ed Etone, gli alatai cavalli del Sole, e, quarto, Flegonte, riempiono l’aria di fiammeggianti nitriti e scalpitano percuotendo con gli zoccoli i cancelli. Non appena Teti, che non sa quale destino attende suo nipote, li apre, dischiudendo loro gli spazi del cielo immenso, si slanciano fuori e agitando le zampe per l’aria squarciano la cortina di nebbie, e sollevandosi sulle ali sorpassano gli Euri che nascono anch’essi da quella parte. Ma il peso è leggero, non è quello che conoscono i cavalli del Sole, il giogo non grava su di loro come di solito fa; e come senza opportuna zavorra le narvi ricurve traballano e instabili perché troppo leggere sbandano per il mare, così il carro, privo del consueto, sobbalza per l’aria con grandi scosse e quasi sembra un carro vuoto. Appena se ne accorgono, i quattro destrieri si scatenano, lasciano la pista usuale e semttono di correre in modo ordinato. Lui si spaventa, e non sa da che parte tirare le briglie che si è fatto affidare, non sa più dov’è la strada, e anche se lo sapesse, non riuscirebbe a controllarli.

Allora per la prima volta i raggi scaldarono la gelida Orsa, la quale cercò invano, d’immergersi nel mare ad essa vietato; e al Serpente, che si trova vicino al polo glaciale e che prima era intorpidito dal freddo e non faceva più paura a nessuno, si riscaldò e a quel bollore fu preso da una furia mai vista. Raccontano che anche tu disturbato fuggisti, Boote, benché fossi lento e impacciato dal carro tuo.

Quando poi l’infelice Fetonte si volse a guardare dall’alto del cielo la terra che si stendeva in basso, lontana, lontanissima, impallidì, e un improvviso sgomento gli fece tremare le ginocchia, e in mezzo a tutta quella luce un velo di tenebre gli calò sugli occhi. Già vorrebbe non aver mai toccato i cavalli del padre, già si pente di avere avuto la prova della sua origine e di avere prevalso insistendo; già preferirebbe che dicessero che suo padre è Mèrope, e intanto è trascinato via come una nave sbattuta da furioso Borea, che il pilota abbia rinunciato a dirigere rimettendosi agli dèi e alle preghiere. Che fare?Dietro le spalle si è lasciato buona parte del cielo, ma davanti ce n’è di più. Mentalmente misura i due tratti, e ora guarda dinanzi, verso ponente dove il destino gli nega di giungere, ora guarda indietro, verso levante. Non sapendo decidere, resta impietrito, non molla le redini né ha la forza di tirarle, e nemmeno conosce i nomi dei cavalli. Per giunta, sparse qua e là per il cielo screziato vede stranissime cose e, rabbrividendo, figure di animali mostruosi.

C’è un punto dove lo Scorpione incurva le sue pinze in due archi e dalla coda alle branche stende le sue membra per lo spazio di due costellazioni. Quando il fanciullo lo vede che tutto trasuda di nero veleno e minaccia di colpirlo con la punta ad uncino, smarrito e gelato dalla spavento lascia andare le briglie; e appena queste, allentandosi, sfiorano la groppa ai cavalli, i cavalli si mettono a correre a caso e, non impedendoglielo nessuno, vanno per sconosciute regioni dell’aria e per dove li spinge la foga per lì si precipitano, cozzano contro le stelle infisse nella volta del cielo, trascinano il carro per luoghi sperduti. E ora si slanciano verso l’alto, ora si buttano a precipizio giù per cammini in declivio, riavvicinandosi alla terra. Con stupore la Luna vede i destrieri del fratello passare al di sotto dei suoi. E le nuvole ribollono e fumano. I punti più alti della terra cominciano a prendere fuoco, il suolo perde gli umori, si secca e si fende, i pascoli si sbiancano, alle piante si bruciano le fronde, e la messe inaridita fa da esca al flagello che la divora.

Ma questo è niente. Ecco che grandi città van distrutte con le loro mura e gli incendi riducono in cenere intere regioni con le loro popolazioni. Bruciano i boschi con i monti. Ardono l’Ato e il Tauro in Cilica e lo Tmolo e l’Eta, e l’Ida che prima pullulava di sorgenti, prosciugato, e l’Elicona delle vergini Muse, e l’Elmo su cui ancora non regnava Eagro. Un rogo immenso è l’Etna, aggiunto fuoco a fuoco; ardono il Parnaso delle due cime e l’Erice e il Cinto e l’Otri, e il Ròdope finalmente sgombro di neve e il Mimante, e il Dindimo e il Micale e il Cicerone fatto per i sacri riti. Neppure la Scozia si salva, malgrado il suo freddo: il Caucaso brucia, come l’Ossa e il Pindo e l’Olimpo più grande di entrambi, e le Alpi sublimi e l’Appennino rannuvolato.

E così Fetonte vede la terra accesa da tutte le parti, e non resiste più a tutto quel calore: respira folate infuocate che salgono su come da una profonda fornace, e si accorge che anche il suo cocchio si fa incandescente. Non riesce più a sopportare le ceneri e i getti di faville, è avvolto completamente da un caldo fumo, e, immerso in quella caligine color di pece, non sa più dove stia andando né dove sia, mentre i cavalli alati lo trascinano dove gli pare.

Dicono che allora fu che il popolo degli Etiopi, per l’affluire del sangue a fior di pelle divenne di colore  nero; fu allora che la Libia, evaporati tutti gli umori, divenne un deserto; allora le ninfe con i capelli scompigliati piansero la scomparsa delle fonti e dei laghi: la Boezia non fu più la fonte di Dirce, Argo la fonte Amimone, Efire le acque della fonte Pirene. E neppure i fiumi che hanno avuto in sorte sponde distanti l’una dall’altra si salvano: il Tànai fuma persino al centro della sua corrente, e così il vecchio Peneo, e il Caico nel regno di Teatrante, e il veloce Ismeno e l’Erimanto nel regno di Fegeo, e lo Xanto destinato ad ardere una seconda volta e il biondo Licorma, e il Meandro che si diverte a far fare curve alle sue onde, e il Mela della Migdonia e l’Eurota di Tènaro. Arde anche l’Eufrate babilonese, arde l’Oronte, e il Temodonte rapido e il Gange e il Fasi e l’Istro. Ribolle l’Alfeo, bruciano le rive dello Sperchio, e l’oro che Tago trasporta con la sua corrente scorre fuso dalle fiamme, mentre gli uccelli acquatici che affollano chiassosi le sponde della Meònia, soffocano in mezzo al Castro. Il Nilo fugge atterrito ai margini del mondo e nasconde il capo che non si è più riusciti a trovare; le sue sette foci restano asciutte, polverose; sette letti senz’acqua. Uguale destino prosciuga l’Ebro e lo Striamone, nella regione dell’Ismaro, e i fiumi dell’Occidente: il Reno, il Rodano e il Po, e il Tevere a cui è riservato il dominio del mondo.

Dappertutto il suolo si spacca e attraverso gli squarci la luce penetra nel Tartaro atterrendo il re degli inferi e la sua consorte. Il mare si contrae, e dove poco fa c’erano distese d’acqua, ora ci sono distese d’arida sabbia; e i monti coperti prima da alto mare spuntano fuori qua e là venendo ad accrescere il numero delle Cìcladi. I pesci si ritirano sul fondo e i ricurvi delfini non osano più balzare fuori dall’acqua come è loro abitudine. Corpacci di foche tramortite galleggiano rovesciati sul dorso. Perfino Nereo e Deride con le loro figlie, si raccontano, cercarono rifugio dentro grotte, ma anche queste erano calde. Tre volte Nettuno si azzardò a tirar fuori dalle onde la faccia, truce, e le braccia; tre volte non riuscì a sopportare l’aria infuocata.

Alla fine la madre Terra, attorno alla quale si erano strette tutte le acque, sia le acque del mare, sia le fonte consunte che da ogni parte cercavano di rintanarsi nelle sue viscere oscure, levò a fatica il volto, arida, fino al collo, si portò una mano alla fronte, e con un gran sussulto, che fece tremare ogni cosa, si assestò un po’ più in basso di quel che suole, e disse con voce infiochita:”Se così è deciso e se l’ho meritato, che aspettano i tuoi fulmini, o re degli dèi? Se di fuoco devo perire, concedimi di perire colpita dal fuoco tuo, e la rovina sarà più sopportabile. Posso appena aprire la bocca per dire queste parole (una vampata l’aveva quasi soffocata). Ecco, guarda le mie chiome strinate, e quanta cenere negli occhi, quanta nella faccia!Così ricambi, così ricompensi la mia fertilità e i miei servigi, io che sopporto i tagli dell’aratro adunco e dei rastrelli e mi affatico tutto l’anno, io che fornisco foglie per il bestiame e messi, alimenti pacifici, per il genere umano, e anche incenso per voi, si, per voi. Ma ammesso che io meriti questa fine, che male hanno fatto le acque, che male ha fatto tuo fratello Nettuno? Perchè il mare che gli è toccato in sorte gli cala e si discosta ancor più dal cielo? E se non ti commuovi né per tuo fratello né per me, abbi almeno pietà del cielo che è tuo! Guardati di qua e di là: i poli fumano tutti e due! E se il fuoco li rovinerà, la vostra reggia crollerà! Guarda, perfino Atlante non ce la fa più a sorreggere sulle spalle l’asse del cielo, ormai incandescente. Se finisce il mare, se finisce la terra e la reggia del cielo, torniamo alla confusione dell’antico caos. Salva dalle fiamme quello che resta, se ancora resta qualcosa. Pensa all’universo!”.

Qui la Terra tacque, non avrebbe del resto più potuto resistere ai vapori e dire altro, e ritirò il volto dentro se stessa, in recessi più vicini al regno delle ombre.

Allora il padre onnipotente, chiamati a testimoni gli dei (compreso il Sole che aveva prestato il carro) che tutto sarebbe perito di morte crudele se non interveniva, salì in cima alla roccia da cui suole far calare sulla terra i banchi di nubi, da cui fa rimbombare i tuoni e vibra e scaglia le folgori. Ma in quell’occasione non ebbe né nubi da far calare sulla terra, né pioggia da far cadere dal cielo. Tuonò, e librato un fulmine all’altezza dell’orecchio destro, lo lanciò contro il cocchiere sbalzandolo via dal carro e dalla vita e arrestando l’incendio con una spietata fiammata. Atterriti, i cavalli s’impennano e con uno strappo liberano il collo dal giogo, spezzano i finimenti e fuggono. Qui cadono i morsi, lì l’asse divelto dalla stanga, di qua i raggi delle ruote, e per gran tratto si disperdono i resti del cocchio fracassato.

Fetonte, con la fiamma che gli divora i capelli rosseggianti, precipita girando su se stesso e lascia per aria una lunga scia, come a volte una stella può sembrare che cada, anche se non cade, giù dal cielo sereno. Finisce lontano dalla patria, in un’altra parte del mondo, nel grandissimo Po, che deterge il viso fumante. Le Naiadi d’Occidente seppelliscono il copro incenerito dalla folgore a tre punte, e sulla lapide scrivono anche dei versi:

 Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre;Non seppe guidarlo e cadde, ma fu impresa grandiosa. 

Il padre, invece affranto, aveva nascosto il proprio volto contratto dal dolore, e, se dobbiamo crederci, dicono che tutto un giorno trascorse senza sole. Luce facevano i bagliori degli incendi: a qualcosa almeno serv&igra ve; quella catastrofe. Quanto a Climene, dopo che ebbe detto tutte le cose da dire per una disgrazia così grande, folle del suo lutto, stracciatesi le vesti, andò in giro tutto il mondo alla ricerca, dapprima, del corpo inanimato, poi delle ossa, e alla fine ritrovò le ossa, sepolte su una riva straniera, e si accasciò sul tumulo e inondò di lacrime il nome che lesse sul marmo, scaldandolo col seno scoperto.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2009 19:32

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