Fra gli innumerevoli personaggi che sono stati protagonisti della storia, sino ai tempi di Dante, Marco Porcio Catone, viene scelto dal poeta fiorentino e collocato a guardiano del Purgatorio.  Ci si può chiedere come mai la scelta sia caduta su Catone e non su altri .Catone viene descritto sommariamente come “uomo integerrimo, di alti valori morali, strenuo difensore della repubblica romana”, e questo basterebbe già per giustificare la scelta di Dante. Non sono molti i personaggi storici la cui levatura morale può reggere il confronto con quella dell’austero senatore romano.  Per comprendere appieno “il personaggio Catone” bisogna calarsi nella realtà della Roma tardo repubblicana, quella che segna la nascita del grande astro di Cesare il crollo delle istituzioni repubblicane.

Catone l’anti Cesare. Anche questa definizione appare riduttiva. Sono molti i personaggi storici che sono divenuti famosi e sono ricordati per essere stati l’-anti di qualcun altro, personaggi che sono vissuti quindi di luce riflessa.  Anche Catone potrebbe essere annoverati tra questi, ed infatti la sua fama non sarebbe assurta ad un livello così elevato, se egli non si fosse opposto in maniera assoluta e decisa contro quello che può essere considerato uno dei più grandi uomini che hanno attraversato la storia dell’uomo: Giulio Cesare. Tuttavia solo una lettura superficiale del personaggio può portare alla conclusione che Catone sia solo un anti. In realtà Catone “vive di luce propria” poiché raramente la storia ha offerto personaggi di una coerenza e di una moralità come la sua. La guerra civile che travolge Roma verso gli ultimi anni di vita della repubblica coinvolge in realtà due grandi uomini, Giulio Cesare e Gneo Pompeo. Sono loro che si contendono il primato nella Roma dell’epoca. Sullo sfondo, è quasi mai come protagonista principale, appare Catone, che Dante nel I canto del Purgatorio, nella Divina Commedia, ci descrive come un vecchio dalla lunga e bianca barba, e che ad un’osservazione superficiale appare come un uomo tedioso, bigotto e bacchettone . Questa è l’idea che mi ero fatto quando ho letto il I canto del Purgatorio, dove l’apparizione di Catone mette in subalternità Dante e Virgilio che con umiltà e timore reverenziale cercano di spiegare al vecchio il perché del loro arrivo sulla spiaggia. Ma Catone non è sempre stato come c’è lo descrive Dante, ossia un vecchio dalla barba lunga e bianca che pur nella più assoluta rettitudine, dà comunque l’idea di un uomo scarsamente sensibile e comprensivo. In realtà il personaggio è più complesso.

 Catone è stato uno dei grandi senatori della repubblica romana. Egli ha incarnato la repubblica. E con la sua morte si chiude la Roma repubblicana e delle tradizioni. Ma l’azione politica di Catone, baluardo tenace e indefesso delle istituzioni repubblicane, si contrappone a quella di Cesare, ed ecco che viene nuovamente fuori il Catone anti Cesare che cristallizza l’immagine del senatore repubblicano ad un ruolo subalterno e non al protagonista assoluto che in realtà era.

 

C’è da chiedersi quando i due illustri nemici siano venuti “in contatto”. Pare, che questo avvenne durante il periodo della congiura di Catilina. Che Catone fosse il più severo e drastico contro i congiurati e ben risaputo, ma quello che ora ci interessa è il suo rapporto con Cesare.  All’epoca ci fu una calda seduta al senato, e Marco Porcio Catone, trentaduenne, tribuno della plebe, si scagliò con veemenza contro i congiurati, chiedendo per essi la pena di morte. Già da allora Catone era intransigente contro coloro che attentavano contro le istituzioni repubblicane. In quell’occasione Catone, espresse il sospetto che Cesare fosse complice dei Catelinari, e mentre parlava si svolse una scenetta piccante. Mentre Catone stava parlando, Cesare ricette una lettera, al che Catone si insospettì e pretese che la lettera fosse letta ad alta voce. Allora Cesare, con un sorrisetto divertito, gli porse il piccante billet d’amour di Servilia, sorellastra di Catone. Si creò un vero e proprio putiferio, e Cesare fu salvato dall’ira dei fedeli di Catone per puro miracolo. Era questa la prima volta che le due personalità più forti della  repubblica stavano uno di fronte all’altra: il sostenitore più deciso della politica senatoria, e colui che sarebbe divenuto presto il più pericoloso avversario di quella stessa politica.

Sallustio, in questa occasione, ha valutato Cesare e Catone in modo parallelo e contrastante. Per molti aspetti erano quasi uguali: per origine, età, eleganza, “grandezza d’animo” (magnitudo anima) e fama. “Cesare era considerato grande per le sue elargizioni e la sua munificenza, Catone per l’integrità della sua vita. Quello divenne famoso per la sua clemenza e la sua pietà, a questo il rigore aveva conferito il suo rango. Catone nel non dissipare nulla. Nell’uno i poveri trovavano il loro asilo, nell’altro i malvagi la loro rovina. Quello veniva lodato per la sua elastica disinvoltura, questo per la sua irremovibile saldezza. Si potrebbe anche parlare, per Cesare, di senso dell’opportunità, e per Catone di attaccamento irremovibile alla tradizione. Catone indirizzava i suoi sforzi alla temperanza, all’onestà, ma soprattutto al rigore; non gareggiava con i ricchi per la ricchezza e con gli intrighi per il potere, ma con i virtuosi per la virtù, con gli austeri per la disciplina, con gli onesti per il disinteresse, preferiva essere buono piuttosto che sembrarlo. Perciò la fama gli correva dietro quanto meno egli la cercava”.

Catone fece della morale un programma. Era una natura forte, imperturbabile, che metteva in pratica con una coerenza che rasentava il ridicolo.

Perciò Cesare e Catone erano due esponenti fondamentalmente diversi dell’aristocrazia romana. Catone era la repubblica, Cesare non le era contro, tuttavia, agiva molto più liberamente, e questo ebbe infine conseguenze per l’esistenza di quella. Probabilmente Catone avrebbe comunque svolto un ruolo fondamentale nella tarda repubblica, ma non è affatto sicuro che, senza Cesare, avrebbe cominciato già allora a svolgere tale ruolo.

    

Ecco dunque che Catone assurge al ruolo di strenuo difensore dei valori della repubblica, anzi si può affermare che Catone rappresenta la Repubblica, indipendentemente dall’avversario politico che all’inizio della crisi repubblicana si identificava sia in Pompeo che in Cesare.

Catone si atteneva all’ordinamento tradizionale. Il senato ne era il cuore, il baricentro, luogo di equilibrio tra tutte le forze. L’obiezione che viene oggi ripetutamente sollevata contro Catone è  che non avrebbe capito che il regime aristocratico di Roma era superato, che la repubblica si trovava in una crisi profonda, che il potere di Pompeo era solo una conseguenza dell’incapacità del senato di risolvere in modo adeguato i problemi concreti della comunità..

Degli scontri che si tennero in senato tra Catone e Cesare, sono piene le cronache del tempo. Non c’era seduta in cui Catone non confutasse con ardore le argomentazioni di Cesare in cui già intravedeva l’enorme potenzialità del dittatore. In una seduta addirittura Cesare perse la pazienza, incaricò un inserviente di fermare Catone e condurlo in prigione.

La potenza di Cesare in senato si accresceva progressivamente, e a nulla valsero le opposizioni di Catone. Cesare con la sua azione stava progressivamente indebolendo il senato e con esso l’ordinamento repubblicano.

 Dopo i primi contrasti in senato, la stella di Cesare progressivamente iniziò a brillare sempre con maggiore intensità. Le conquiste nella Gallia furono da tutti acclamate come opera di grandezza estrema. Solo Catone non era d’accordo e criticò apertamente Cesare. Ne troviamo le tracce in Svetonio, dove si dice che Cesare non aveva trascurato alcuna occasione per scatenare una guerra, peraltro ingiusta e pericolosa, e che aveva arbitrariamente sfidato stirpe sia nemiche, sia alleate. Nonostante le numerose vittorie che Cesare conquistava Catone lo contrastava apertamente in senato e qualche volta il senato intero criticava apertamente la condotta di Cesare. Catone dichiarò che si doveva portare offerte agli dei, affinché non punissero i soldato per i delitti contro la buona fede commessi dal loro generale, affinché soprattutto risparmiassero la cittadinanza. Egli propose di consegnare Cesare ai Germani da lui così infamemente trattati. Era una vecchia ricetta: consegnare un generale perché Roma non attirasse su di sé la punizione degli dei a causa della violazione di un patto. La preoccupazione per la punizione divina era sempre viva, in modo o in nell’altro nella coscienza romana.

In realtà Catone era preoccupato notevolmente non tanto dai successi ottenuti da Cesare, ma della sua totale indifferenza nei confronti dell’autorità del senato, alla quale Cesare non attribuiva alcun valore. Era necessario contrastarlo e Catone da solo non poteva farlo, ecco allora che ricorse allo strategia di opporgli un rivale dello stesso valore, e questo non poteva essere che Pompeo. Catone che all’inizio si era opposto anche all’azione di Pompeo, capì che quest’ultimo in realtà era molto più rispettoso ed attendibile di Cesare, doveva sfruttarlo, doveva portarlo dalla sua parte. Venne attribuito dal senato a Pompeo il consolato senza collega. Egli avrebbe avuto così un raggio d’azione eccezionalmente vasto e ricevuto uno speciale onore. Catone all’inizio era restio a concedere a Pompeo questi poteri, ma successivamente appoggiò l’elezione di Pompeo, questi lo  ringraziò e lo nominò suo consigliere.

Catone riuscì ad andare d’accordo con Pompeo, nonostante in passato l’avesse tanto combattuto. Sapeva che Pompeo rispettava l’antico ordinamento. Catone lo riteneva una brava persona, la sua natura rientrava in ultima analisi nel quadro dell’aristocrazia. Cesare invece era senza rispetto, estraneo, e non si adattava alla repubblica. La sua fredda, manifesta spregiudicatezza, il suo disprezzo per le istituzioni tradizionale e i loro rappresentanti, il suo egocentrismo, la totale mancanza di esitazione nel dichiarare la guerra in Gallia, le sue aggressioni contro altri popoli, non ultimo l’atteggiamento di superiorità con cui si presentava a chiunque, tutto questo lo poneva fuori dall’aristocrazia, lo rendeva sospetto, per non parlare dell’elemento demoniaco del suo essere.

I ripetuti successi che Cesare stava ottenendo in Gallia, lo facevano ritenere sempre più al di sopra di ogni cosa, nonostante i tanti moniti che gli giungevano da Roma, Cesare proseguiva la sia campagna militare. Il 1° gennaio del 49, il senato decise di prendere delle decisioni contro Cesare: decise che Cesare congedasse il suo esercito entro una determinata scadenza, se si fosse rifiutato, ciò sarebbe stato interpretato come un’azione contro la repubblica. Cesare non aveva alcuna intenzione di cedere a queste proposte del senato, Catone sentenziò che nessuno poteva porre condizioni alla repubblica. Il senato decise di porre un ultimatum a Cesare, il quale per tutta risposta, nella notte tra il 10 e l’11 gennaio attraversò il Rubicone: era il segno dell’inizio di una sanguinosa guerra civile .

Molto si è discusso su chi fosse la causa principale dell’inizio delle ostilità, se Catone o Cesare.. Dalla parte di Catone c’era l’opera di secoli. Una delle più grandi eredità della storia universale: l’obbligo di salvaguardare la repubblica tramandata dagli avi. D’altro canto Cesare non poteva consegnarsi nella mani dei suoi avversari dopo tutto quello che aveva realizzato. Pompeo aveva un bel dire che lui stesso agiva soltanto nell’interesse della repubblica e che Cesare si sarebbe dovuto piegare, ma chi era allora la repubblica se non Pompeo e i suoi alleati? In questo modo si stava completando l’incredibile processo con il quale la repubblica andò incontro alla propria rovina senza che nessuno l’avesse voluta. Resta sintomatica l’affermazione di Montesquieu su le cause della crisi della repubblica:”Se Cesare e Pompeo avessero pensato come Catone, ci sarebbero stati altri a pensarla come Cesare e Pompeo”. I diversi ruoli erano per così dire prefissati, e se essi furono interpretati non fu soltanto una questione di colpa personale, ma anche perché la struttura di quel momento storico doveva essere messo in atto.

Era l’inizio della guerra civile, tuttavia Pompeo, tentò nuovamente di evitare che ciò accadesse, ed inviò alcuni ambasciatori privati presso Cesare, per una questione di  inimicizia personale, ma che poneva al di sopra di tutti il bene comune. Cesare doveva fare lo stesso Ma questi sfruttò l’occasione per sottoporre a Pompeo nuove proposte. Era pronto ora a deporre il comando anche qualora Pompeo avesse mantenuto il proprio; solo Cesare chiedeva in cambio che Pompeo si recasse in Spagna e che tutti gli eserciti presenti in Italia venissero disciolti.

Come gli eventi si svolsero in seguito è cosa nota. Pompeo fu sconfitto ed ucciso a Farsalo, mentre Cesare mieteva successi su successi , tra cui in Egitto dove si era recato e dove aveva tessuto un rapporto con Cleopatra, discendente dei Tolomei. Catone era rimasto il più tenace ed unico avversario che Cesare non riusciva a sconfiggere. Infatti Catone e altri si erano rifugiati in Africa ed avevano ricostruito un esercito per opporsi a quello di Cesare.

Catone, da quanto Pompeo aveva dovuto evacuare l’Italia nel 49, non si era più fatto tagliare i capelli e la barba (ed è questo il personaggio che Dante ci presenta nella Divina Commedia). Nel gennaio del 49 gli era stato assegnato il comando in Sicilia. Quando i cesariani si avvicinarono, sgombrò volontariamente il campo, poiché pensava di non potere tenere la provincia, e che una guerra prolungata l’avrebbe solo condotta alla rovina. Dopo la sconfitta di Farsalo aveva stabilito un secondo segno del suo lutto: mangiare da seduto, da quel momento si coricò unicamente per dormire. Si era trasferito a Cirene (nell’odierna Libia), e da lì era penetrato, con una marcia di ventisette giorni, nella provincia d’Africa; l’acqua era stata trasportata da asini, ed erano stati portati anche uomini della tribù degli Psilli, per curare eventuali morsi di serpente aspirandone il veleno. Catone stesso si era sempre mosso a piedi in testa al gruppo. Quando i pompeiani vollero affidargli il comando supremo in Africa, egli si fece da parte in favore del suocero di Pompeo, Metello Scipione. Questi era un consolare, mentre lui era arrivato soltanto alla pretura.

All’annuncio della sconfitta di Tapso, Catone si consultò con i romani in Utica. Era pronto a combattere, ma non voleva obbligare nessuno a fare altrettanto. Quando risultò che non c’era la volontà di resistere, si preoccupò che tutti i pompeiani che lo desideravano potessero metter si al sicuro sulle navi.

Per parte sua, era deciso a non consegnarsi a Cesare. Solo i vinti, dichiarò sono costretti a implorare, e solo i malfattori a implorare perdono. Ma lui era rimasto imbattuto per tutta la vita, e nella misura in cui Cesare aveva voluto superarlo, anche ora era invece lui a superare Cesare, era lui il superiore tra i due, appunto per la purezza e la legittimità della sua causa. Cesare era sconfitto e dichiarato colpevole, poiché ora non poteva più negare il suo operato ostile alla patria. Catone emise un verdetto come se si fosse trattato di tenere un processo in cui stabilire chi era nel giusto. Ciò avvenne perché da sempre egli si era orientato più secondo il diritto che non secondo il potere, due cose che, mentre lui cercava di costringerle nei termini della tradizione, in realtà si allontanavano sempre più l’una dall’altra . Ciò rientrava infine nella realtà divisa di quel tempo. Oppure pensava ormai solo a giustificare la propria vita?

Esortò suo figlio, che aveva con sé, a chiedere la grazia a Cesare. Alla domanda perché non facesse anche lui altrettanto, avrebbe risposto:” Io sono cresciuto nella libertà, con il diritto alla libertà di parola. Non posso cambiare alla mia età, e conoscere al posto della libertà, la servitù. Ma per te, che sei nato e cresciuto in questa situazione, è giusto servire la divinità che decide il tuo destino”. Era troppo onesto, aveva troppo carattere era troppo limpido e troppo coraggioso per volervi rinunciare. Ma anche a suo figlio rimaneva almeno qualcosa da rispettare, almeno una cosa il padre si attendeva da lui. Lo sconsigliò dal dedicarsi alla politica:”Gli attuali rapporti non permettono di farlo come si addice a un Catone. E fare politica in un altro modo è un disonore”. Il giovane Catone cadde poi nella battaglia di Filippi, la disfatta degli assassini di Cesare.

Catone pose fine alla sua vita trafiggendosi con la spada. Dopo che suo figlio si precipitò da lui e il medico gli bendò le ferite, una volta rimasto solo egli si liberò delle bende e morì dissanguato.

L’autorità straordinaria di cui godette nella vita quale personificazione della repubblica, fu rafforzata dalla sua morte. Nessuno lo capì meglio di Cesare; lo rivela l’odio incontrollato, irrefrenabile, con cui lo perseguitò oltre la morte, a volte con manifestazioni persino oscene. Un odio che presumibilmente aveva a che vedere con l’incomprensione di Cesare per ciò che Catone traeva la propria autorità. Pompeo era grande per le sue imprese e debole in molte cose; i capi del senato si lasciarono tutti sconfiggere in un modo o l’altro, e Cesare alla fine potè anche disprezzarli. Se però disprezzò Catone, tale disprezzo doveva essersi in qualche modo ritorto contro di lui; così dura, così romana era la fibra di cui quello era fatto, così enormemente sicuro egli era di quella repubblica che serviva. Uno degli uomini politici più notevoli di tutta la storia: fedele ai principi fino alla stravaganza, un Don Chisciotte per molti aspetti, e tuttavia, per il senato custode di una tradizione di inaudita saggezza politica, il politico più prestigioso, in molte cose anche il più potente, un uomo di primaria autorità anche in un ruolo secondario. Senza rendersene conto, Cesare deve avere intuito che in Catone egli si scontrava con Roma, che Catone lo metteva in dubbio. Nessun’altra comunità oltre questa res publica potè produrre un uomo simile; ma ciò mostrò anche con quali difficoltà Cesare dovette confrontarsi. Forse Catone più di Cesare condizionò la storia di quegli anni, in quanto condizionò Cesare.

Aveva una sua logica, e rispecchiava probabilmente le sensazioni di Cesare alla notizia della morte di Catone, che egli dichiarasse e, stando alle fonti, rivolgendosi a lui direttamente, come se lo vedesse innanzi a sé :”Io ti invidio questa morte, poiché tu mi hai invidiato la tua salvezza”. Infine, aveva voluto trionfare; e a quel punto si accorgeva che aveva trionfato l’altro. Il potere di Catone oltre la sua morte si sarebbe tuttavia mostrato solo più tardi. Allorché Cesare giunse a Utica, gli abitanti gli avevano già preparato un solenne corteo funebre.

C’è da restare allibiti di fronte ad un uomo del genere!. Ecco spiegata la ragione per la quale Dante lo eleva a simbolo della moralità e della coerenza umana. Quanto bisogno ci sarebbe nella società di oggi di uomini come Catone! C’è da rimanere inorriditi al paragonare certi uomini politici d’oggi alla maestosità di Catone. Sembra che Dio abbia concentrato tutti i grandi uomini all’epoca di Roma ! gente con valori anche criticabili, ma con un senso della patria e dell’onore che al mondo d’oggi non esiste più. Bisogna ancora una volta ringraziare Dante. Grazie alla sua genialità, Catone viene ad occupare il ruolo che gli compete: il rappresentante della dignità umana. Dante e Catone sotto certi aspetti si somigliano. Esule per le sue idee e morto per non rinnegarle , Catone. Esiliato e lontano dalla sua amata patria Dante che probabilmente rivede in Catone parte delle sue vicissitudini e con esso si identifica.