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NoProgne e Filomela
- Domenica 05 Ottobre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto nono
Nel IX canto del Purgatorio, Dante mette questa terzina che è di difficile comprensione se non si risale al riferimento originale. Infatti Dante si riferisce alla storia in cui Progne e Filomela, furono mutati rispettivamente in rondine ed usignolo. La storia è tratta dalle "Metamorfosi" di Ovidio.
Ne l'ora che comincia i tristi lai
La rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de suoi primi guai,
Riportiamo il testo originale tratto dal libro "Le metamorfosi" di Ovidio.
"dalla Tracia, Tereo ti venne in aiuto con un esercito, sgominò queste truppe, e vincendo si fece un gran nome. Era potente, per ricchezze e per uomini, e si dava anche il caso che fosse un discendente del grande Gradivo. Pandione lo imparentò a sè dandogli Progne in sposa. Ma nè Giunone che protegge i matrimoni, nè Imeneo e nemmeno una delle Grazie furono presenti a quelle nozze. Furono le Furie a reggere le fiaccole, fiaccole sottratte a un funerale; furono le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo calò sul tetto e si appollaiò proprio sopra la camera nuziale.
Con questi auspici si unirono Progne e Tereo, con questi auspici divennero genitori. Naturalmente la Tracia si felicitò con loro; e dal canto loro essi ringraziarono gli dei, e proclamarono festivo sia il giorno in cui lei, la figlia di Pandione, era andata sposa a sua maestà, sia il giorno della nascita di Iti. Tanto ci si può illudere sulla bontà di una cosa!
Già il sole aveva condotto il giro dell'anno attraverso cinque autunni, quando Progne disse al marito, vezzeggiandolo:"Se mi vuoi un pò di bene, mandami a trovare mia sorella, oppure fai venire mia sorella qui. A tuo suocero prometterai che essa tornerò presto. Sarebbe per me il più grande dei regali, rivedere mia sorella". Lui fa calare in mare una nave,e a forza di vele e di remi arriva al Pireo, entra nel porto di Cecrope. Come è ammesso alla presenza del suocero, una stretta di mano e il colloquio si avvia nel clima più cordiale.
Ma ha appena incominciato ad esporre il motivo della sua venuta, riferendo quanto la moglie lo ha incaricato di dire e promettendo che la giovane, se sarà mandata, tornerà presto; ecco che Filomela fa il suo ingresso, sfoggiando uno sfarzoso abbigliamento e forme ancora più sfarzose, come sentiamo dire che Nèiadi e Driadi incendierebbero nel folto dei boschi, certo, purchè agghindate e abbigliate in pari modo.
{mosgoogle}Alla vista della vergine, Tereo s'infiamma, come se uno appiccicasse il fuoco a spighe secche o incendiasse frasche ed erbe riposte in un fienile. Lei è splendida, è vero, ma lui è stimolato anche da un'innata libidine, che la gente di quelle regioni è incline alla lussuria. Divampa per un vizio comune alla sua gente e suo proprio. Il primo impulso sarebbe di comprarsi la complicità delle premurose compagne e della fedele nutrice, e di ingraziarsela con grandi doni, vendendosi magari tutto il regno, o rapirla e difenderla, una volta rapita, con una guerra spietata. Non c'è cosa che non oserebbe, preso com'è da un amore sfrenato, e il petto non riesce più a contenere le fiamme racchiuse dentro, e già ogni indugio gli pesa e con cupida bocca riprende il filo dell'ambasciata di Progne, perorando nascostamente la propria causa. L'amore lo rende eloquente, e ogni volta che eccede nelle preghiere, si scusa dicendo che è Progne a volere così. Aggiunge perfino lacrime, come se anche di piangere fosse stato incaricato. O dèi, che tenebra fitta c'è nelle menti dei mortali! Proprio mentre ordisce un crimine Tereo è considerato buono, e la colpa gli procura elogi. E Filomela poi non lo asseconda? Con le braccia cinge gli omeri al padre, per intenerirlo, pregandolo se le vuol bene (ma è contro il proprio bene) di mandarla a trovare la sorella. Tereo la contempla e più la guarda più pregusta di palparla, e quei baci e abbracci che vede sono altrettanti stimoli e torce ed esche per la sua passione, e ogni volta che essa si stringe al padre vorrebbe essere, empio per empio, il padre. E il padre finisce col cedere alla richiesta delle due figliole. Filomela felice ringrazia e crede, poverina, che sia per entrambe una vittoria quello che per entrambi sarà fosca rovina.
Ormai al Sole non restava che un piccolo sforzo; i suoi cavalli scalpitavano già per le pendici dell'Olimpo. S'imbandisce un banchetto regale, si serve Bacco in oro. Poi, come giusto, i corpi si abbandonano ad un placido sonno. Ma il re di Tracia, benchè Filomela si sia appartata, continua a ribollire per lei, e ripensando al suo volto, ai suoi gesti, alle sue mani, immagina così come lo vorrebbe ciò che ancora non ha visto, e alimenta da sè la sua fiamma con un tormento che gli scaccia il sonno.
Si fa giorno, e Pandione, stringendo la mano al genero che riparte, gli affida e gli raccomanda con le lacrime agli occhi la figlia:"Caro genero, a malincuore, per affetto, visto che entrambe lo vogliono e che anche tu, Tereo lo vuoi, io te la affido. Ma in nome della lealtà, della parentela, degli dei, ti scongiuro: proteggimela amorevolmente come un padre, e rimandamela al più presto (ogni ritardo mi parrà troppo lungo), questa dolce consolazione della mia vecchiaia, senza farmi stare in pena. E anche a te, Filomela, lo dico: se mi vuoi bene (già tua sorella mi manca tanto), ritorna al più presto da me!". Così raccomanda, e insieme bacia la figlia tra una raccomandazione e l'altra gli cadono lacrime di commozione. In segno d'impegno solenne chiede ad entrambi di porgergli la destra, serra tra loro le mani che gli son porte, e poi li prega di salutare da parte sua l'altra figlia e il nipotino, che ricorda sempre anche se lontani, e a fatica, con voce rotta da singhiozzi, dice addio per l'ultima volta, angosciato da un triste presentimento.
Finalmente imbarcata Filomela sulla nave dai vivaci colori, non appena i remi si spingono avanti nel mare sospingendo indietro la terraferma, "Evviva! Esclama Tereo. Mi porto via il mio sogno!" Esulta e a stento rinvia i suoi godimenti, incivile, e mai distoglie lo sguardo da lei, non diversamente dall'uccello sacro a Giove quando ha deposto nel suo nido inaccessibile la lepre ghermita con gli adunchi artigli: per la rapita non c'è via di scampo, il rapace contempla la sua preda.
E ormai il viaggio è finito, ormai tutti sono sbarcati dalla nave stanca nella loro terra, quando Tereo trascina la figlia di Pandione in una grande stalla sperduta nel buio di una foresta antica, e ve la rinchiude, pallida, tremante, tutta impaurita, che già chiede con le lacrime agli occhi dove sia sua sorella. Le confessa la sua nefanda passione, e la violenta, lei vergine, e sola, nonostante che invochi disperatamente il padre, disperatamente la sorella e, soprattutto, i grandi dei. Essa è presa da un tremito come un'agnella atterrita, che strappata alla bocca di un grigio lupo, ferita, non si sente ancora al sicuro, come una colomba che con le piume intrise del proprio sangue ancora rabbrividisce al pensiero degli avidi artigli da cui era stata afferrata. Poi, quando torna a sè, stracciatisi i capelli scompigliati, percossesi le braccia come in un lutto, tenendo le mani dice:"O barbaro, che azione mostruosa hai compiuto! O malvagio! Nè le raccomandazioni e le lacrime buone di mio padre, nè il pensiero di mia sorella, nè la mia verginità, nè il patto coniugale ti hanno commosso! Tutti hai sconvolto! Io sono diventata l'adultera che tradisce la sorella, tu un bigamo, e ora è giusto che mi puniscano come una nemica. Perchè non mi strappi quest'anima o perfido, in modo da andar fino in fondo sulla via del delitto ? E oh se lo facevi prima di questo coito scellerato! Almeno sarei stata un'ombra immacolata! Ma se gli dèi del cielo vedono queste cose, se la potenza degli dèi qualcosa, se non tutto è finito col mio onore, un giorno me la pagherai! Io in persona, gettato da parte il pudore, racconterò la tua impresa. Se ne avrò la possibilità, mi presenterò alla gente; se sarò tenuta rinchiusa nei boschi, lo griderò ai boschi e smuoverò anche i sassi, muti testimoni. Queste cose le sentirà anche il cielo, e gli dèi, se qualcuno in cielo ce n'è".
Il crudele re, a queste parole, è preso dall'ira, e da una paura non minore dell'ira. Spinto dall'una e dall'altra, sguaina la spada che porta al fianco, agguanta Filomela per i capelli, le torce le braccia dietro la schiena, e a forza la incatena. Filomela protende la gola, chè come ha visto la spada ha subito sperato di morire. Lui le afferra con una tenaglia la lingua che protesta e che non fa che invocare il nome del padre e che si dibatte per parlare, e gliela mozza con la spada spietata. Guizza sul fondo la radice della lingua; questa cade a terra, e tremolando mormora sul suolo rosso cupo, e come la coda mozzata al serpente saltella, così palpita e moribonda cerca le orme della sua padrona. Perfino dopo questo misfatto, mi rifiuto quasi di crederlo, Tereo, a quanto si dice, sfogò ancora più volte la sua lussuria su quel corpo martorizzato.
Dopo tali prodezze, ha il coraggio di ripresentarsi a Progne. La quale come lo vede gli chiede della sorella. E lui emette finti gemiti e le inventa che è morta raccontandole tutta una storia, e con le lacrime riesce a farsi credere. Progne si strappa dalle spalle i veli scintillanti di bande d'oro, si veste di nero, erige un vuoto sepolcro, fa offerte espiatorie a un'ombra che non c'è, e piange la sorella che non così dovrebbe essere pianta.
Il sole aveva percorso dodici segni, fino a chiudere il giro di un anno. Che deve fare Filomela? Fuggire ? escluso, perchè è sorvegliata; intorno alla stalla si erge un muro, una barriera invalicabile di solidi macigni; la bocca muta non ha modo di rilevare l'accaduto. Ma grandi sono le risorse della disperazione, e nelle disgrazie l'ingegno si acuisce. Essa allaccia un ordito a un primitivo telaio, e su una tela bianca ricama dei caratteri porporini con i quali denuncia il crimine. Terminato il lavoro, lo affida a una donna pregandola a gesti di portarlo alla regina, e la donna va e lo dà a Progne, senza sospettare che cosa stia consegnando. La consorte del malvagio re srotola la tela, legge la tragica lamentazione della sorella, e incredibile che ci riesca, non fiata. Il dolore le serra la bocca, la lingua cerca parole di sdegno adeguate ma non le trova. Neppure piange, e pronta a confondere lecito ed illecito, si immerge in sè stessa, e non fa che pensare alla vendetta.
E viene l'epoca in cui le donne di Sitonia usano celebrare la festa triennale di Bacco. La notte è complice delle segrete cerimonie. Di notte il Redope risuona di stridulo tinnir di bronzo. E di notte la regina esce di casa, acconciata come per partecipare all'orgia, con tutto l'apparato di rito: capo coperto di tralci, una pelle di cervo pendente sul fianco sinistro, un'asta leggera poggiata sulla spalla. Slanciandosi per i boschi con dietro uno stuolo di compagne. Progne, terribile, sconvolta dalla furia del dolore, si finge una delle tue devote, o Bacco. E arriva finalmente in quella stalla sperduta, e ululando e gridando Evo?? abbatte la porta e rapisce la sorella, e rapitala la riveste delle insegne delle Baccanti, le nasconde il viso con frasche d'edera, la trascina via tutta sbigottita, la conduce dentro le mura del suo palazzo. Appena si accorge di aver messo piede nella dimora dell'infame, rabbrividisce, la povera Filomela, e sbianca in tutto il volto. Progne, trovato il luogo adatto, toglie all'infelice i simboli del culto, le scopre il viso pudibondo e la stringe a sè in un abbraccio. Ma Filomela, sentendosi un'adultera, non osa alzare gli occhi verso di lei, e con lo sguardo fisso a terra vorrebbe giurare e chiamare gli dei a testimoni che quel disonore le è stato inflitto con la violenza; ma non ha più la voce, solo i gesti.
Progne arde e trabocca d'ira e redarguendo la sorella perchè piange:"Non è un caso da risolversi con le lacrime, dice, ma col ferro, e se trovi una cosa più dura del ferro, con quella! Io sono pronta sorella mia, a qualunque empietà. O incendierò la reggia con le torce e getterò quel manigoldo di Tereo in mezzo alle fiamme, o gli strapperò con la spada la lingua o gli occhi e quel membro che ti ha rapito il pudore, o gli farò buttar fuori quell'anima criminale attraverso mille ferite. Sono pronta a qualunque cosa, alla più tremenda; quale ancora non so".
Non ha ancora finito di dire, che ecco venire verso di lei Iti, suo figlio. Al vederlo, le balena un'idea, e guardandolo con occhio duro esclama:"Ah, quanto rassomiglia a tuo padre!? Non dice altro, e ribollendo di tacita ira si prepara a compiere un truce delitto. Vero è che quanto Iti le si avvicina e la saluta e le getta al collo le piccole braccia e le dà i baci con fanciullesche moine, la madre si commuove e l'ira si smorza per un momento, e gli s'inumidiscono di lacrime a stento trattenute. Ma come sente che per troppa pietà la sua mente materna comincia a vacillare, stacca lo sguardo dal figlio per volgerlo di nuovo verso la sorella, e osservando ora l'uno e ora l'altro così ragiona: "Perchè questo mi fa dei complimenti e l'altra tace con la lingua mozza? Se lui mi dice madre, perchè lei non mi dice sorella? Guarda a che uomo sei sposata figlia di Pandione. Stai tralignando forse? E' un delitto la bontà di un marito come Tereo!? Senza più indugi Progne trascina via Iti, come una tigre del Gange trascina un cerbiatto lattante per la foresta tenebrosa, e quando arrivano in una parte remota della grande reggia, mentre lui tende le mani e già intuisce la propria sorte e grida: "Mamma, mamma!" e vorrebbe abbracciarla, lo colpisce dove si uniscono il petto e il fianco, senza neppure distogliere lo sguardo. Per ucciderlo basterebbe quella sola ferita; Filomela gli taglia anche la gola. Quelle membra ancor vive, che ancora racchiudono un po' di soffio vitale, sono fatte a pezzi; una parte va poi a ballottare in calderoni di rame, una parte stride nello spiedo. Tutta la stanza trasuda di sangue.
Questa pietanza Progne imbandisce a Tereo che nulla sospetta, dopo aver fatto allontanare il seguito e la servitù con la falsa scusa di un rito del proprio paese al quale soltanto il marito può partecipare. Assiso in alto sul trono avito, lui, Tereo, pasteggia, e ammucchia nello stomaco la carne della propria carne; e la sua mente è tanto ottenebrata, che dice:"Fate venire Ite". Progne non riesce più a dissimulare la sua gioia feroce, e smaniosa di annunciargli di persona lo scempio esclama:"Quello che chiedi lo hai dentro!". Lui si guarda intorno, e domanda, dove, e mentre cerca di nuovo chiama, ecco che Filomela così com'è con i capelli lordati dal furioso macello, irrompe e gli scaglia in faccia la testa sanguinolenta di Iti. Mai come in questo momento vorrebbe poter parlare e gridargli la propria gioia con le parole che merita.
Con un grande urlo il re di Tracia rovescia la tavola, e invoca le sorelle dalle chiome di vipere, che vengano dalla valle dello Stige, e ora vorrebbe squarciarsi il petto per ributtarne fuori, se possibile, lo spaventosi cibo, i visceri ingoiati, ora piange e chiama se stesso sepolcro miserabile del figlio. Ora con la spada sguainata insegue le figlie di Pandione.
Diresti che i corpi delle discendenti di Cècrope si librino su delle ali; si librano su delle ali. Una, si dirige verso il bosco; l'altra s'infila sotto il tetto, e dal suo petto ancora non sono svaniti i segni dello scempio: ha uno spruzzo di sangue sulle piume. Tereo, correndo veloce per il dolore che lo attanaglia e per la sete di vendetta, si trasforma in un uccello che ha una cresta dritta sul capo e uno smisurato becco che sporge come una lunga lancia. Upupa è il nome di questo uccello; a vederlo, sembra armato.
Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2009 20:00



